Pregi e difetti di un ‘freno’ che solo il Centro vuole

‘Agganciare’ la spesa sanitaria a quella di salari ed economia? Per gli uni serve un meccanismo vincolante, per gli altri così si corre un grosso rischio

laRegione, di Stefano Guerra

Giorgio Fonio, il suo partito chiede di introdurre un freno ai costi della salute, ma è contrario all’iniziativa del Ps che vuole più sussidi per chi paga i premi. Perché l’uno e non l’altra?

A titolo personale: una cosa non esclude l’altra. Anzi. È importante anche aiutare maggiormente chi fa fatica a pagare i premi. Ma a condizione che si faccia qualcosa per frenare l’aumento della spesa sanitaria. Semplicemente iniettare miliardi di franchi di soldi pubblici nel sistema significherebbe limitarsi a combattere i sintomi, senza andare alla radice del problema. Ed è proprio questo che vogliamo fare con la nostra iniziativa: incidere sulle vere cause dell’aumento dei premi dell’assicurazione malattie obbligatoria [LAMal, ndr].

L’iniziativa crea un rigido legame tra l’aumento della spesa sanitaria e l’evoluzione dell’economia e dei salari. Non tiene conto di altri fattori che incidono in modo marcato sui costi della salute, come l’invecchiamento della popolazione.

Noi vogliamo che la Confederazione, in collaborazione con i Cantoni e gli attori del sistema sanitario, adottino misure vincolanti qualora i costi sfuggano di mano. Non chiediamo di fissare un ‘budget globale’ [un tetto massimo, ndr] per coprire i costi a carico della LAMal. Quindi non vi sarà alcun contingentamento delle prestazioni. Vogliamo solo che gli attori del sistema sanitario si assumano finalmente le loro responsabilità nel contenere l’aumento dei costi, smettendola di farsi concorrenza vicendevolmente, a scapito degli interessi degli assicurati. Alcuni di loro (i medici di famiglia, i pediatri e gli infermieri, ad esempio) già lo fanno e sono fortemente penalizzati rispetto agli altri.

L’iniziativa dice che il ‘freno’ scatterà se nel 2026 l’aumento medio dei costi per assicurato supererà di oltre il 20% l’evoluzione dei salari nominali. Non è forse un tetto alla spesa, questo?

Trattamenti inefficienti, se non superflui, ottimizzazione delle risorse: esiste un potenziale enorme su questo piano. Uno studio commissionato dall’Ufficio federale delle assicurazioni sociali è giunto alla conclusione che si possano ridurre i costi sanitari di 6 miliardi di franchi, e questo senza compromettere la qualità delle cure. La nostra iniziativa vuole essere un contributo in questo senso.

Sta di fatto che l’iniziativa pone un limite al finanziamento delle prestazioni da parte della LAMal. Yvonne Gilli, presidente della Fmh, dice che laddove tali soglie esistono, si creano lunghe liste d’attesa; inoltre, solo chi può permettersi di pagare di tasca propria riceve le cure necessarie in tempi ragionevoli. È questo il vostro modello?

È il sistema così com’è oggi – non la nostra iniziativa – che genera una forte pressione finanziaria sulle famiglie, spingendo in direzione di una medicina a due velocità. Non dimentichiamo che una famiglia di quattro persone si ritrova a pagare fino a 15mila franchi all’anno per l’assicurazione malattia. Per questo molti scelgono la franchigia massima, e sono spesso costretti a decidere se farsi curare o no.

Consiglio federale e Parlamento puntano su un controprogetto indiretto, che crea trasparenza nella misura in cui obbliga i fornitori di prestazioni a motivare gli aumenti dei costi ritenuti inevitabili. Perché lo giudicate insufficiente?

Il controprogetto non crea alcun vincolo: non obbliga a introdurre correttivi, se gli obiettivi di costo non dovessero essere rispettati.

Avete contro tutte le organizzazioni del settore sanitario. Non è segno che qualcosa non va, nella vostra proposta?

Mettiamo il dito nella piaga, per cui non ci sorprende l’ampia opposizione da parte delle cerchie interessate. Ci battiamo per migliorare un sistema altamente inefficiente, che genera costi eccessivi perché i diversi fornitori di prestazioni perseguono ciascuno il proprio interesse. Prenda ad esempio le analisi di laboratorio: i costi sono passati da 910 milioni nel 2010 a 1,5 miliardi di franchi nel 2019. Senza parlare degli stipendi percepiti da molti primari, come ha rivelato di recente la ‘SonntagsZeitung’.

Se l’iniziativa verrà accolta, spetterà poi al Parlamento decidere come attuarla. Voi quali misure concrete avete in mente?

Potrebbe trattarsi ad esempio di migliorare il coordinamento tra i vari livelli dell’assistenza sanitaria, in modo da evitare doppioni; di ridurre il prezzo dei medicamenti; oppure di introdurre finalmente la cartella informatizzata del paziente, misura che da sola farebbe risparmiare 300 milioni all’anno. Ma sono solo alcune delle possibili misure.

Alex Farinelli, la parte della spesa sanitaria coperta dai premi di cassa malati sfiora ormai i 40 miliardi di franchi. I premi gravano sempre di più sul budget delle famiglie, anche di quelle del ceto medio. E questa è una delle preoccupazioni principali della popolazione svizzera, ci dicono i sondaggi. Non è giunto il momento di prendere finalmente il toro per le corna?

Assolutamente. Ed è ciò che si sta facendo. Bisogna insistere, darsi obiettivi più ambiziosi. Ma se si vogliono introdurre dei meccanismi per frenare l’aumento della spesa, occorre fare molta attenzione: non dobbiamo rischiare di innescare dinamiche perverse, suscettibili di portare a un razionamento delle cure. Proprio questo è il grosso rischio dell’iniziativa del Centro, che a mio giudizio è molto pericolosa.

Come potrebbe concretizzarsi questo rischio?

L’iniziativa collega l’evoluzione dei costi della salute unicamente ai salari e all’economia. L’andamento della spesa sanitaria però è influenzato da diversi altri fattori. Uno di questi è l’invecchiamento della popolazione, con tutto ciò che comporta, ad esempio in termini di durata delle cure e di patologie croniche. I costi dunque aumenteranno ben oltre la crescita di salari e Prodotto interno lordo. Ed è chiaro che a un certo punto scatterà uno stop alle cure.

È stato calcolato che, se il freno alla spesa fosse stato introdotto dal 2000, un terzo delle prestazioni erogate oggi non potrebbe essere finanziato dall’assicurazione di base [LAMal, ndr]: sfido chiunque a dimostrare che tutte queste sono inutili. Si stima in un 15-20% della spesa [6 miliardi di franchi circa, ndr] il potenziale di risparmio legato a prestazioni inefficienti o superflue. Qui invece si parla di circa il doppio di questa cifra. E a farne le spese sarebbero i beneficiari meno benestanti, che non possono permettersi di pagare le cure in altro modo [come attraverso polizze assicurative complementari, ndr].

I costi a carico della LAMal cresceranno in modo marcato nei prossimi anni. Basti pensare alle categorie professionali che possono ormai fatturare all’assicurazione di base (psicologi e psicoterapeuti), o che potranno farlo presto (infermieri). Il Plr dice no a quest’iniziativa, come ha fatto con altre misure naufragate negli ultimi anni in Parlamento, anche grazie all’opposizione del suo partito.

Quali alternative proponete?

Secondo il Plr, la cerchia dei fornitori di prestazioni che possono fatturare a carico della LAMal è già oggi troppo ampia. A mio modo di vedere, il modello standard dell’assicurazione di base dovrebbe essere quello del medico di famiglia. Attualmente, una parte ancora troppo importante degli assicurati utilizza il sistema tradizionale, che non li responsabilizza riguardo al consumo di prestazioni sanitarie. Un consumo che invece si ridurrebbe in modo non trascurabile facendo capo a modelli alternativi. Senza risparmi sulla qualità delle cure, bensì sulla quantità.

Non si andrà lontani, solo con una misura del genere.

C’è anche tutto il discorso dei farmaci: si potrebbero semplificare le importazioni parallele, in particolare dagli Stati dell’Unione europea. O quello dell’introduzione della cartella informatizzata del paziente. Ma non come l’ha voluta il Parlamento, senza alcun carattere vincolante. Noi del Plr volevamo che i fornitori di prestazioni fossero obbligati a utilizzarla. Infine, ci sono altri progetti in cantiere: come l’Efas [il finanziamento uniforme delle prestazioni ambulatoriali e stazionarie, sul quale si voterà verosimilmente in autunno, ndr], che dovrebbe consentirci a termine di risparmiare circa un miliardo di franchi all’anno; o il nuovo tariffario medico Tardoc, destinato a sostituire l’antiquato Tarmed e che dovrebbe portare a una riduzione dei costi di circa 600 milioni di franchi l’anno.

Anche il suo partito in Parlamento ha voluto togliere mordente al controprogetto che adesso presentate come alternativa ragionevole all’iniziativa del Centro. Questo non è un controprogetto alibi?

No. Gli obiettivi di costo non sono certo la panacea. Ma così almeno evitiamo la trappola di un meccanismo vincolante, ‘sanzionatorio’ e rigido, che obbligherebbe la Confederazione ad adottare misure addirittura già l’anno successivo un eventuale superamento della soglia.

E poi un altro grosso tema che pone questa iniziativa è il federalismo. Se sono i Cantoni che pianificano l’offerta ospedaliera, perché dev’essere la Confederazione a imporsi con un freno alla spesa? Il controprogetto tiene conto adeguatamente di questa suddivisione delle competenze.

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Alex Farinelli

Alex Farinelli

Nato il 16 dicembre 1981, domiciliato da sempre a Comano, ho conseguito il Bachelor in Economia (Zurigo e Lugano) e il Master in Economia e politiche internazionali. Durante gli studi ho sempre lavorato, durante le vacanze e il sabato, per 10 anni alla Manor di Vezia (che all’inizio si chiamava ancora Innovazione). Professionalmente sono entrato alla Corner Banca nel 2009, occupandomi di organizzazione interna, per poi diventare un anno dopo, nel 2010, segretario cantonale del PLR ticinese, con la responsabilità, dal 2014, di direttore di Opinione Liberale. A partire dal mese di giugno del 2015 lavoro per la Società svizzera impresari costruttori sezione Ticino della quale sono Vicedirettore dal 2017. Dal 2023 siedo nel Consiglio di amministrazione della Banca Raiffeisen del Cassarate.
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