Nei prossimi 15 anni l’IVA salirebbe al 12-13%: un impatto enorme

L’onere dei premi malattia è in continua crescita e non può aumentare all’infinito. Un tetto del 10% del reddito non è ragionevole?

«Potrebbe esserlo se fossero date due condizioni: la prima che il sistema abbia dei costi sotto controllo altrimenti il rischio è che una volta plafonati i premi si abbia l’illusione che non si debbano più contenere i costi (che non toccano più direttamente la popolazione) e che quindi non ci sarebbe più una maggioranza politica per agire in questo senso. La seconda che si sappia come finanziare questo plafonamento e purtroppo non è il caso. Nel giro di pochi anni serviranno fino a 12 miliardi di franchi all’anno, per capirci l’equivalente di tutto quanto a livello federale si spende per ricerca e formazione, agricoltura e aiuto internazionale sommati».

Ma un limite prima o poi andrà stabilito. Dove andrebbe fissata l’asticella per evitare che il sistema imploda?

«Il limite è dato da quanto la popolazione, sotto forme diverse che possono essere i premi assicurativi o le imposte, è disposta a pagare. Se accettassimo l’iniziativa dovremmo aumentare l’IVA immediatamente di circa 2 punti e poi negli anni successivi circa 1 punto supplementare ogni 5-7 anni. Nei prossimi 15 anni l’IVA passerebbe dall’8,1% al 12-13% con un impatto enorme su larghe fette della popolazione».

I contrari sostengono che per finanziare l’iniziativa si renderà necessario un sensibile aumento delle imposte, 1.200 franchi in media per economia domestica. In ultima analisi, chi pagherebbe il conto?

«Esattamente e questo sarebbe solo l’inizio. Bisogna essere onesti con la popolazione dicendo che nessuno pagherà questo conto al posto nostro. Questo è il vero problema in un sistema dove risparmiare è per sua natura molto complicato ».

Il Ticino sarebbe fra i cantoni che più beneficerebbero di un aumento dei sussidi. Perché i ticinesi dovrebbero respingere l’iniziativa?

«Per i ticinesi ci sarebbe un cambiamento ma non così importante come si vorrebbe far credere e questo perché in Ticino i sussidi sono già molto importanti e distribuiti a una larga fetta della popolazione.

Non voglio minimizzarne l’importanza però non bisogna nemmeno creare delle false aspettative: in media si calcola che se fosse adottata l’iniziativa ci sarebbe un risparmio pro-capite di 43 franchi al mese (e questo naturalmente solo per chi non ha già oggi importanti sussidi sui premi). A beneficiarne sarebbero piuttosto le casse cantonali che vedrebbero un maggiore impegno della Confederazione. Tuttavia, bisognerebbe poi vedere come andrebbe a riequilibrare le sue casse quest’ultima con il rischio che l’effetto netto non sia necessariamente favorevole per il Ticino ».

Ma il fatto che la Confederazione e vari Cantoni debbano pagare di più sotto forma di sussidi non è forse un incentivo per spingerli finalmente a trovare soluzioni efficaci per il contenimento dei costi?

«Teoricamente sì, il problema è che risparmiare nel settore sanitario è molto complicato e impopolare. Le faccio un esempio: in Svizzera, su 280 ospedali oltre il 30% si trova nelle cifre rosse. Dal profilo economico e della qualità delle cure, vi sarebbe una chiara necessità di rimodulare il sistema. Dal profilo pratico nessuno osa agire perché questi temi sono particolarmente sensibili nella popolazione. Ci sarebbero soluzioni che però purtroppo non trovano già oggi delle maggioranze. Ad esempio, se il modello di base della cassa malati fosse il medico di famiglia si potrebbe abbattere un 15% di costi; a livello di farmaci, si dovrebbero autorizzare le importazioni parallele (che ne farebbero calare di molto il costo); in Svizzera si buttano ogni anno 4 mila tonnellate di medicinali. Ci sono chiari margini di miglioramento da sfruttare».

Lei è anche membro della Commissione delle finanze del Nazionale. Come valuta questa operazione nel contesto globale?

«Mi pare che negli ultimi anni, complice forse anche la pandemia dove apparentemente non vi erano limiti ai mezzi, si stia passando ad una pericolosa mentalità in cui basta votare per risolvere un problema e questo non rendendosi conto che non è che modificando una legge improvvisamente il problema sia risolto. Abbiamo tra i nostri vicini fulgidi esempi di come si sia deciso che si aveva il diritto di andare in pensione a 55 anni, si poteva lavorare 35 ore alla settimana, si poteva beneficiare di ogni tipo di aiuto, e così via. Per un po’ ha funzionato, poi ci si è accorti che il sistema era insostenibile e che nel frattempo lo Stato si è trovato coperto da una montagna di debiti che semplicemente sono stati lasciati alle generazioni successive. Bisogna fare molta attenzione perché correggere il tiro dopo è molto più complicato». gi.ga.

Nel giro di pochi anni

serviranno fino a 12 miliardi di franchi per finanziare il plafonamento

Per i ticinesi ci sarebbe

un cambiamento ma non così importante come si vorrebbe far credere

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Alex Farinelli

Alex Farinelli

Nato il 16 dicembre 1981, domiciliato da sempre a Comano, ho conseguito il Bachelor in Economia (Zurigo e Lugano) e il Master in Economia e politiche internazionali. Durante gli studi ho sempre lavorato, durante le vacanze e il sabato, per 10 anni alla Manor di Vezia (che all’inizio si chiamava ancora Innovazione). Professionalmente sono entrato alla Corner Banca nel 2009, occupandomi di organizzazione interna, per poi diventare un anno dopo, nel 2010, segretario cantonale del PLR ticinese, con la responsabilità, dal 2014, di direttore di Opinione Liberale. A partire dal mese di giugno del 2015 lavoro per la Società svizzera impresari costruttori sezione Ticino della quale sono Vicedirettore dal 2017. Dal 2023 siedo nel Consiglio di amministrazione della Banca Raiffeisen del Cassarate.
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