L’intervista «Si chiamano alla cassa i salariati per un intervento a innaffiatoio»

La sera del 3 marzo sapremo se sarà introdotta una 13. AVS e se l’età di pensionamento sarà portata a 66 anni per tutti, per poi essere adattata alla speranza di vita: Alex Farinelli combatte la prima iniziativa popolare e sostiene la seconda

Giovanni Galli

Caro premi di cassa malati, affitti, energia e inflazione in generale hanno eroso il potere d’acquisto dei beneficiari di AVS. Una tredicesima mensilità compenserebbe queste perdite. Perché dite di no?
«Promettere a tutti i pensionati oltre l’8% di aumento delle rendite, in un momento in cui vi sono degli aumenti nel costo della vita è sicuramente qualcosa di popolare e comprendo che molte persone la vedano come una soluzione.  Ma chi viene eletto penso debba innanzitutto essere onesto, a meno di non voler fare la fine di Paesi a noi vicini dove tanto si promise in passato salvo poi accorgersi che il conto oggi è molto salato. Sono contrario, perché non si possono distribuire soldi che non si hanno a disposizione. Già ora sappiamo che l’AVS sarà nelle cifre rosse a partire dal 2030. Questo disavanzo sarà tre anni più tardi, nel 2033, di 3,5 miliardi all’anno con tendenza a crescere (a causa dell’aumento dei beneficiari). Con questa iniziativa il buco annuo sarebbe di oltre 6,5 miliardi».

Se non così come fare fronte a queste difficoltà?
«Per le persone maggiormente in difficoltà vi sono le prestazioni complementari che garantiscono un aiuto mirato, poi si possono pensare misure correttive nel primo pilastro ma non sulle spalle dei giovani. Non vanno poi dimenticati altri interventi che vanno a ridurre l’impatto dei costi da lei citati, ad esempio i sussidi ai premi di cassa malati dove sulla copertura di base c’è un importante aiuto».

È vero che si stanno studiando alternative mirate per gli anziani in difficoltà. Anche Elisabeth Baume-Schneider ha parlato di soluzioni mirate. Ma quali garanzie ci sono che verranno effettivamente messe in atto dal Parlamento? Non era forse meglio presentare subito un controprogetto per avere più chance in votazione?
«La direttrice del dipartimento è stata molto chiara e non ho dubbi che a breve arriverà con proposte concrete. Da parte del Parlamento, la consapevolezza che qualcosa vada fatto è presente, per questo sicuramente si potranno trovare interventi mirati, consapevoli però che anche questi andranno finanziati. La rinuncia alla preparazione immediatamente di un controprogetto effettivamente è stata, dal mio punto di vista, una scelta sbagliata».

A giudicare dai sondaggi, la 13. AVS ha chance di essere approvata alla urne. Come spiega questi consensi se non con l’esistenza di un problema reale?
«Sicuramente esiste un problema in una fetta della popolazione, inoltre la votazione arriva in un momento particolarmente sensibile avendo vissuto un periodo con un’inflazione che non si vedeva da decenni. Quello che però spesso si dimentica è che già oggi vi è un meccanismo di adattamento delle rendite che prevede ogni due anni l’adeguamento delle stesse sulla base di un indice misto (salari e inflazione). Questo ha fatto in modo che anche in anni in cui non vi era inflazione le rendite aumentassero e ha permesso di avere delle rendite più alte del 3-4% rispetto a una situazione in cui ci si fosse limitati alla semplice inflazione».

Dite che questa iniziativa mette in pericolo il finanziamento dell’AVS. I promotori però ribattono che gli «scenari apocalittici» passati e presenti non si sono mai verificati e che quindi l’operazione è finanziabile senza minimamente minare la solidità del primo pilastro. Perché l’AVS sarebbe in pericolo?
«Gli scenari non sono apocalittici ma si basano sulla situazione ad un dato momento. Ad esempio, non si poteva prevedere che qualche anno fa, nell’ambito di una riforma fiscale, si decidesse di attribuire 2 miliardi di franchi all’anno all’AVS (a scapito però di altri settori), o ancora non si poteva prevedere l’enorme sviluppo economico, e quindi di salariati, vissuto dal nostro mercato del lavoro negli ultimi 10 anni. Tuttavia, non bisogna farsi illusioni: questa crescita non può essere infinita e i salariati di oggi sono i pensionati di domani. Per questo il sistema deve essere in equilibrio dal profilo strutturale e non basarsi su fattori “congiunturali”. Altrimenti è come giocare con il fuoco, con la certezza che purtroppo ci scotteremo».

Grazie alle misure varate dal 2020, il Fondo AVS si sta consolidando e gli esercizi chiudono stabilmente nelle cifre nere. Una 13. AVS metterebbe davvero in discussione tutto questo, tanto più se ci saranno nuovi sistemi di finanziamento? 
«Come detto in entrata, nel 2032 con la 13. AVS avremmo un buco annuo di oltre 6,5 miliardi di franchi, vuol dire che il fondo di compensazione sarebbe prosciugato in meno di un decennio a questo ritmo, e poi? Ci limiteremmo a dire qualcuno pagherà? Non penso sia un atteggiamento responsabile. Piuttosto si sarebbe dovuto mettere in votazione questo aumento con, ad esempio il corrispettivo aumento dell’IVA (1 – 1,2 punti) per finanziarlo. Sarebbe stato più onesto nei confronti della popolazione e più che accettabile politicamente. Alla fine, se le persone decidono che vogliono delle rendite più alte ma sono disposte a pagare più tasse per finanziarle va bene, il problema è quando si promette qualcosa che non si sa ancora come finanziare».

Un prelievo aggiuntivo di 0,4 punti per i salariati (e altrettanti da parte dei datori di lavoro) è considerato sostenibile dai promotori dell’iniziativa, anche perché gli altri contributi sociali (assicurazione disoccupazione e infortuni) dovrebbero continuare a diminuire. La perdita di potere d’acquisto degli attivi, da voi lamentata, sarebbe minima in fin dei conti.
«Sul fatto che altri contributi dovrebbero diminuire mi permetto di essere molto scettico, d’altra parte mi pare che non sia nemmeno corretto che vengano ancora una volta chiamati alla cassa solo i salariati, in particolare per finanziare un intervento ad innaffiatoio».

Dicono i sindacati: calcolando un aumento di 0,4 punti dei contributi per finanziare la tredicesima, una venditrice con un salario mensile di 3.300 franchi avrà costi supplementari di 13 franchi al mese, ma beneficerà di un aumento di rendita di 142 franchi mensili. Per un tecnico con un salario di 6 mila franchi i costi saranno di 24 franchi al mese in più, ma per un aumento di rendita di 186. Dove starebbe allora il problema?
«La realtà è che non basterà perché l’AVS avrà comunque un importante deficit a prescindere da questo possibile aumento delle rendite. Il deficit è cifrabile in un buco di oltre 100.000.000.000 (cento miliardi, e vale la pena scriverlo per esteso) da qui al 2050. Già nei prossimi anni bisognerà fare delle riforme per evitarlo; se caricassimo anche questo aumento, la situazione non farebbe che peggiorare raddoppiando di fatto il buco da colmare. Nei prossimi decenni dovremo sicuramente aumentare l’IVA e probabilmente anche i contributi dei salariati: questo intaccherà il potere di acquisto di tutti i cittadini».

Un potenziamento dell’AVS non potrebbe essere un’alternativa al calo delle retribuzioni del secondo pilastro?
«No, o meglio, certo che potrebbe esserlo se prescindiamo però dal fatto che alla fine saremmo sempre noi a dover finanziare questi aumenti. Sicuramente bisognerebbe incentivare in maniera maggiore il risparmio personale. Con tutta l’attenzione per le situazioni di difficoltà è anche vero però che in passato non è che oggettivamente si stesse meglio o si guadagnasse di più ma sicuramente si sapevano fare anche dei sacrifici in favore del futuro che oggettivamente oggi facciamo fatica ad affrontare».

Anche la Confederazione fa la sua parte (un quinto) nel finanziamento dell’AVS. Crede che un sì alla 13. AVS preluda anche a un aumento delle imposte?
«Oltre al costo a carico dell’AVS chiaramente vi sarà quasi 1 miliardo a carico della Confederazione (il 20,2% delle uscite sono pagate da quest’ultima), in una situazione finanziariamente difficile o si faranno tagli in tutti gli altri settori (formazione, ricerca, agricoltura…) oppure si dovrebbero aumentare le imposte».

Perché sostiene l’aumento dell’età di pensionamento? Non servirebbe un sistema meno rigido che tenga maggiormente conto dello sviluppo dell’economia e del mercato del lavoro?
«Anche qui bisogna essere oggettivi e guardare la realtà: quando è stata introdotta l’AVS, nel 1948, con un pensionamento previsto per uomini a e donne a 65 anni, la speranza di vita era 12 anni, oggi è quasi il doppio. Secondariamente l’entrata nel mondo del lavoro di regola avviene più tardi in quanto il periodo di formazione è mediamente più lungo di almeno 3-4 anni. Questi sono dei fatti che non si possono ignorare oltre alla costatazione che praticamente tutti i Paesi europei, che vivono le stesse dinamiche demografiche della Svizzera, sono andati (o stanno andando) in questa direzione. Detto questo l’iniziativa voleva lanciare il tema, poi il Parlamento avrebbe potuto preparare un controprogetto più flessibile, ma per ragioni “tattiche” non si è voluto fare. Da ultimo va detto che ogni settore può poi trovare soluzioni specifiche per le professioni particolarmente logoranti, ad esempio nell’edilizia già oggi è previsto un sistema di pensionamento dai 60 anni ma finanziato dal settore stesso».

Perché sostenete che l’aumento dell’età di pensionamento è un antidoto all’immigrazione?
«Perché il grosso tema dei prossimi decenni sarà la mancanza di manodopera e quindi una migliore valorizzazione di quella indigena permetterà di ridurre le necessità di reperirla all’estero (sempre che sia disponibile perché anche questo non è scontato). In Giappone, un Paese più avanti di noi dal profilo dell’invecchiamento della popolazione, già oggi la metà degli over 65 e un terzo degli over lavora volontariamente ancora a tempo parziale. Un aspetto importante anche dal profilo della non emarginazione, perché spesso lo si dimentica: lavorare, magari anche solo al 20-30%, vuol dire sentirsi ancora utili e con un ruolo: in una parola integrati nella società».

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Alex Farinelli

Alex Farinelli

Nato il 16 dicembre 1981, domiciliato da sempre a Comano, ho conseguito il Bachelor in Economia (Zurigo e Lugano) e il Master in Economia e politiche internazionali. Durante gli studi ho sempre lavorato, durante le vacanze e il sabato, per 10 anni alla Manor di Vezia (che all’inizio si chiamava ancora Innovazione). Professionalmente sono entrato alla Corner Banca nel 2009, occupandomi di organizzazione interna, per poi diventare un anno dopo, nel 2010, segretario cantonale del PLR ticinese, con la responsabilità, dal 2014, di direttore di Opinione Liberale. A partire dal mese di giugno del 2015 lavoro per la Società svizzera impresari costruttori sezione Ticino della quale sono Vicedirettore dal 2017. Dal 2023 siedo nel Consiglio di amministrazione della Banca Raiffeisen del Cassarate.
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