La Domenica, 13 ottobre 2024
La Confederazione è una gigantesca macchina con 38.000 dipendenti e 83 miliardi di fatturato. A questi livelli è comprensibile che ci siano inefficienze, «a maggior ragione perché non siamo in una tecnocrazia bensì una democrazia, che può prendere decisioni in contrasto tra loro», sostiene Alex Farinelli, consigliere nazionale PLR e membro della Commissione delle finanze.
Signor Farinelli, non la impressiona che la Confederazione spenda 48,8 miliardi in sussidi?
«In questo caso il termine ‘sussidi’ può essere mal interpretato, perché nello studio dell’IWP sono considerati anche i trasferimenti. La Confederazione è di fatto una casa di trasferimenti. Incassa i soldi e li trasferisce, in particolare alle assicurazioni sociali e ai Cantoni».
Ma c’è margine di risparmio?
«Sicuramente. Però bisogna considerare che la Confederazione ha una serie di spese che sono veicolate. Circa il 30% riguarda la socialità, poi ci sono circa 10 miliardi all’anno per i fondi infrastrutturali, ci sono tutte le questioni legate ai grossi crediti quadro per ricerca e formazione, esercito, aiuto internazionale, c’è l’agricoltura cui vanno circa 3,5 miliardi».
Ecco, l’agricoltura. L’IWP si chiede se abbia senso sovvenzionare attività che producono CO2, come
l’allevamento.
«Certo. La domanda da porsi è: se non si aiutassero gli allevatori diminuirebbe il consumo di carne? La risposta è no, semplicemente questa verrebbe da altri Paesi. Allora è meglio che sia prodotta in Svizzera, con i nostri standard, piuttosto che importarla dall’estero dove oltre alle emissioni di CO2 dell’allevamento ci sono anche quelle del trasporto».
È giusto mantenere un’agricoltura ipersussidiata?
«Il grosso dei sussidi all’agricoltura sono in realtà pagamenti diretti. Lo Stato indennizza gli agricoltori che seguono determinate regole o che svolgono dei compiti ritenuti utili, per esempio che lasciano gli animali in stabulazione, che rinunciano ai pesticidi o che garantiscono la biodiversità. Poi sta all’agricoltore decidere se applicare determinati standard e quindi ricevere un aiuto oppure rinunciarvi».
3,5 miliardi di aiuti sono tanti.
«In tutta onestà, io non sono in grado di verificare se tutte queste spese siano giustificate. Ma se si vuole una produzione alimentare non si può prescindere dal fatto che qualche aiuto bisogna darlo, anche già solo per le dimensioni del Paese che non consentono un’agricoltura estensiva. È anche una questione di sicurezza nazionale. Già oggi infatti produciamo in Svizzera poco più della metà dei nostri consumi: una quota molto bassa che va preservata e anzi aumentata. Sappiamo che non c’è nulla di più importante dell’alimentazione e che una crisi internazionale potrebbe creare grandi problemi».
E l’aviazione, ha senso finanziarla?
«Anche qui, non bisogna pensare che la gente prenda l’aereo perché la Confederazione finanzia Skyguide. La gente vola perché vuole viaggiare. È l’esercizio di una sua libertà».
Però a un certo punto si voleva ostacolare questa libertà introducendo una tassa sul CO2.
«Capisco che qualcuno possa vedere una contraddizione. Ma in realtà l’aiuto della Confederazione serve a finanziare l’infrastruttura e a garantirne la sicurezza, non a ridurre il costo del biglietto. Bisogna fare attenzione a non semplificare le cose».
Lei non vede un contrasto?
«Io non ho mai visto un biglietto aereo Swiss dove venga indicato, per esempio, « sconto di 10 franchi grazie alla Confederazione». Se un giorno dovessi vederlo, sarei critico anch’io».
In generale, lei non vede contraddizioni tra i sussidi della Confederazione?
«Posso capire che su 50 miliardi di trasferimenti alcuni potrebbero essere più efficienti, meglio coordinati. Ma è inevitabile che ci siano delle contraddizioni. Il sistema non può essere perfetto sotto ogni punto di vista».
Ci rassegniamo?
«No, intendo dire che in democrazia ci possono essere delle incongruenze. Perché magari la popolazione da una parte dice che vuole proteggere l’ambiente, dall’altra che vuole la sicurezza alimentare. Da una parte chiede di non deturpare il paesaggio, dall’altra chiede la sicurezza energetica. Sono richieste che vanno seguite ma che possono creare dei contrasti. Ciò non toglie che se ci sono delle inefficienze, è giusto combatterle».
Quindi lo studio dell’IWP serve più che altro a sparare contro lo Stato?
«In un Paese libero va benissimo che ci siano delle critiche. Poi le critiche vanno analizzate per capire se permettono di avere un miglioramento o se si può solo prenderne atto. Ma bisogna essere realisti. Il sistema non può essere perfetto sotto ogni punto di vista, perché non è governato da una tecnocrazia bensì da una democrazia».
L’AGRICOLTURA
«Se si vuole una produzione alimentare, è chiaro che qualche aiuto bisogna darlo»